di Fulvia Prever

 

L'ingresso delle donne nel mondo dell'azzardo è avvenuto a seguito della sua massiccia e capillare distribuzione avvenuta in Italia dal 2003: è ormai noto che la prevalenza del disturbo è influenzata dalla crescente disponibilità dei giochi unitamente ad una pubblicità invasiva e mirata, in questo caso, al femminile.

 

Parlare di donne significa parlare di relazioni, di dipendenza affettiva, di donne che amano troppo.

Una cosa che sicuramente ho imparato dal rapporto con mia madre, e che spero di avere passato a mia figlia, è la fiducia nel poter condividere con altre donne le proprie emozioni più profonde, le gioie, le speranze e le delusioni, le difficoltà “insormontabili”, il dolore della solitudine e dell’incomprensione, in un mutuo sostegno; la possibilità di poterlo fare nei momenti più difficili e dolorosi è per molte donne l’unica via d’uscita dall’isolamento, dalla depressione e dalla sofferenza. Questo è stato il pensiero forte che, nel 2010, mi ha condotto a pensare a un gruppo di terapia per sole giocatrici, un intervento gratuito e di “pronta accoglienza” che, in anni di difficile accesso delle donne ai Sert, permettesse al femminile di emergere, di trovare ascolto e a noi di studiare e ragionare meglio su questo nuovo fenomeno. Questo intervento poteva trovare spazio solo nell'ambito di un volontariato professionale che ci rendesse libere di progettare luoghi, tempi e modalità a misura di donne; l'associazione AND è stato il contesto ideale.

Da allora il lavoro clinico e di ricerca si è svolto in tandem con Valeria Locati ed Elize Haggiag, entrambe psicoterapeute sistemiche.

Abbiamo condiviso questo percorso importante, mediato dai nostri diversi punti di vista, sia in termini generazionali che clinici; questo tragitto si è modificato nel tempo focalizzandosi su temi rilevanti, quali la difficoltà di richiedere aiuto, connessa alle dinamiche familiari e il tema della violenza legato al gioco.

Entrambi questi lavori sono stati presentati in vari congressi europei ma mai in Italia. Per tanto, il nostro seminario milanese ha rappresentato un punto di partenza per affrontare questa “dipendenza nascosta” in modo più organico, con il contributo di due ricercatrici europee, Laura Brandt e Andrea Wȍhr, che hanno svolto con noi il primo studio comparato sul tema.

Di donne e azzardo in Italia si è iniziato a parlare nel 2008, grazie a Cesare Guerreschi, che con L'azzardo si veste di rosa è stato il pioniere sull'argomento.

 

L'ingresso delle donne nel mondo del gioco è avvenuto a seguito della sua massiccia e capillare distribuzione avvenuta in Italia dal 2003; è ormai noto che la prevalenza del disturbo è influenzata dalla crescente disponibilità dei giochi unitamente ad una pubblicità invasiva e mirata, in questo caso, al femminile.

 

Tuttavia, le richieste d’aiuto ai servizi sono, ad oggi, ancora poco numerose, anche se in costante aumento, e non danno indicazioni sufficienti a dimostrare una crescita effettiva del fenomeno: solo l’osservazione diretta dei locali pubblici e dei luoghi preposti al gioco d’azzardo, evidenzia che le donne sono quasi la metà della popolazione interessata.

Le ricerche CNR/ Ipsad (2011, 2013), seppure analizzino un campione di età 18/64 non sufficientemente ampio per il target femminile, danno una partecipazione delle donne al gioco quasi pari agli uomini; nelle sale Bingo, la loro presenza raggiunge l’80% (AAMS 2008.)

Le caratteristiche specifiche e la modalità di diffusione di alcuni giochi quali Slot, Gratta e Vinci (nei bar, in posta e all’ipermercato) e le sale Bingo (locali di intrattenimento e socializzazione, come dice la legge, posti in luoghi sensibili) permettono attualmente alle donne italiane e straniere di incontrare in modo prepotente il gioco all’interno della vita quotidiana e di fruirne senza apparentemente rinunciare alle incombenze di casa, dei figli e nipoti, e all’accudimento degli anziani, oltre che al lavoro.

Questa specificità della distribuzione dell'azzardo in Italia spiega in gran parte la diversità del gioco femminile rispetto ad altri paesi, sia in termini di caratteristiche demografiche (età media più alta in Europa) che di scelta di giochi (fisico/on line) e di escalation del fenomeno.

 

Le donne che incontriamo nei servizi di cura hanno un’età media molto alta (58 anni, DPA 2013) e il numero relativamente esiguo non ha permesso a oggi di avere ricerche significative su questo target. La prevalenza è stimata del 33% sulla popolazione totale di giocatori, in linea con le stime internazionali.

 

Manca sicuramente a livello nazionale una ricerca mirata a cogliere meglio le caratteristiche della popolazione femminile che si accosta al gioco e la progressione da gioco sociale a gioco problematico/patologico, fondamentale per poter meglio congegnare interventi di prevenzione, riduzione del danno e strategie mirate di cambiamento, tanto più rilevanti quanto più rapida è l'escalation sintomo (effetto telescopico); il timing dell'intervento è, infatti, cruciale.

Le motivazioni al gioco, corroborate dalla nostra osservazione clinica specifica, sono solo in minima parte radicate in una vulnerabilità pregressa (comorbilità): per lo più hanno radici nel bisogno di sfuggire sentimenti negativi (ansia, depressione), di combattere solitudine, di compensare l’isolamento sociale, di acquisire appartenenza, di colmare un vuoto affettivo (nido vuoto), di darsi un risarcimento in relazione a una perdita (affettiva, economica, di autonomia fisica) e soprattutto nel bisogno di poter affrontare in modo più “leggero” la pressione quotidiana in relazione al ruolo di cura e alle preoccupazioni connesse.

Questi temi paiono essere parzialmente simili a quelli individuati dalla letteratura internazionale ma si rileva anche una stretta connessione alla valenza culturale del gioco in ogni singolo paese, nonché alla precipua situazione socio/ambientale delle donne; anche la situazione migratoria, molto comune nelle giocatrici, modula diversamente le specificità del paese d’origine, aumentando il rischio di sviluppare una problematicità che nel proprio paese veniva arginata da un contesto normativo.

Abbiamo visto che i fattori ostacolanti l’ingresso delle donne ai luoghi di cura sono la chiave di lettura dello scarso studio del gioco femminile e che possono essere sia esterni (pochi servizi territoriali specifici sul GAP, troppo connotati, SERT, non “women friendly”) che interni (vergogna senso di colpa, stigma sociale, assenza di sostegno familiare, paura di perdere la custodia dei figli...).

Abbiamo quindi puntato l’attenzione, grazie anche alla nostra formazione clinica e alla scelta del metodo di lavoro, sulle dina-miche familiari e il loro impatto sulla richiesta di trattamento, sulla ritenzione e sull'outcome: nel 2013/14 abbiamo condotto uno studio delle storie familiari delle otto donne del gruppo: abbiamo osservato le connessioni tra ogni singola storia e il percorso di gioco, il pay out individuale e familiare (beneficio secondario ottenuto, più o meno inconsapevolmente, dal fatto di giocare), analizzato i fattori che ostacolavano o sostenevano la ricerca di aiuto e la connessione con i drop out e i risultati del trattamento.

Le conclusioni di questo iniziale lavoro di tipo descrittivo/qualitativo, ci danno degli elementi importanti su cui avviare ulteriori ricerche evidence based alla richiesta di trattamento, alla ritenzione e all'outcome: rafforzano per esempio l’ipotesi che le donne, se non aiutate ad affrontare le proprie relazioni familiari o affettive compromesse, non lasceranno facilmente il sintomo del gioco che permette loro di convivere in modo meno doloroso con esse.

Questo conduce a considerare l'importanza di un approccio clinico specifico e di una prevenzione mirata non alla patologia ma alle criticità dei cicli fisiologici della vita, nonché al bisogno di sviluppare nei nostri servizi una cultura delle relazioni più che focalizzarsi solo sul gambling.

 

Un altro tema che è emerso in modo rilevante in questi anni di lavoro è il tema della violenza connessa con l’azzardo, violenza vista come presenza forte nell’anamnesi delle giocatrici.

 

Rispetto a ciò, il gioco riveste un ruolo importante di coping ma a sua volta è elemento che produce altra violenza, sia auto che etero diretta.

Sulla base di queste osservazioni è stato condotto un lavoro clinico a partire dall’utilizzo di uno strumento specifico della DBT (Dialectical Behavioral Therapy) quale la soothing box; i risultati, sempre a livello di un campione limitato ma significativo, sono stati molto promettenti e ci hanno portato a ulteriori considerazioni sulla conduzione di un lavoro di terapia più mirato allo specifico del femminile.

La condivisione a livello internazionale di questi risultati ci fa ben sperare rispetto a una maggiore consapevolezza del peso di questo tema rispetto all’economia del benessere e della salute della società.

Ci auguriamo, nel nostro piccolo, di aver dato una spinta ulteriore a sviluppare nell'ambito del gioco d'azzardo una ricerca più orientata alla specificità del femminile e quindi più efficiente ed efficace.

 

L'autrice

Fulvia Prever è psicoterapeuta, specialista in dipendenze e azzardo femminile. Segretario direttivo ALEA. Tra i suoi lavori ricordiamo il saggio "Il gioco al femminile" in Bellio G. Croce M. (a cura di) Manuale sul gioco d’azzardo (Franco Angeli, Milano 2014).